Nell’epoca in cui tutti comunicano – di continuo, su tutto, ovunque – la vera differenza non la fa chi parla di più, ma chi sceglie bene come parlare.
A ricordarlo, con la forza e la lucidità di chi sa leggere il tempo che stiamo vivendo, è stato Papa Leone nella prima udienza generale dopo la pausa estiva.
Un messaggio potente, che travalica i confini della fede e si impone come un monito culturale e sociale: viviamo – ha detto il Pontefice – in una società “malata di bulimia da connessione”, dove le parole diventano armi, le emozioni vengono manipolate e la comunicazione, invece di avvicinare, isola.
“Abbiamo bisogno – ha affermato – di chiedere al Signore di guarire il nostro modo di comunicare, non solo per essere più efficaci, ma per evitare di fare male agli altri con le nostre parole.”
Il male delle parole vuote
Nella rete, e in particolare sui social, le parole viaggiano veloci, leggere, spesso irresponsabili.
Anche nel nostro settore – quello dell’enogastronomia, dell’ospitalità, della cultura del cibo e dell’accoglienza – la comunicazione sta perdendo contatto con la realtà concreta. Si moltiplicano contenuti ripetitivi, frasi di circostanza, slogan intercambiabili.
Le persone si sentono raccontate male. O peggio: non si sentono affatto. E così, molti si isolano nella loro disperazione – come ha detto il Papa – non per mancanza di visibilità, ma per eccesso di superficialità.
Perché si può essere esposti e comunque invisibili. Si può essere “online” e sentirsi soli.
Il veleno degli haters: la ferita silenziosa
C’è un altro aspetto che rende ancora più urgente il richiamo del Papa: l’odio digitale, l’aggressività verbale, la facilità con cui si insultano persone reali da dietro uno schermo. Gli haters non sono più un fenomeno sporadico: sono parte integrante della realtà online.
E nel nostro mondo – quello della cucina, della ristorazione, dell’accoglienza – molti chef, pasticceri, imprenditori, sommelier e maître ne sono bersaglio quotidiano. Basta un post su un piatto troppo creativo, una recensione in TV, una parola fuori contesto per scatenare valanghe di commenti velenosi, denigratori, spesso personali. Il punto non è la critica (che è sana e legittima), ma la violenza verbale gratuita, spesso codarda, quasi sempre anonima.
Queste parole fanno male. Non solo all’immagine pubblica, ma alla persona, al coraggio, alla motivazione, alla voglia di continuare a mettersi in gioco.
“Preghiamo per tutti coloro che sono stati feriti dalle parole degli altri”, ha detto Papa Leone. Un pensiero che vale anche – e forse soprattutto – per chi fa della creatività e del contatto umano il proprio mestiere. E allora sì, anche in questo caso comunicare bene è un atto di responsabilità, un presidio di civiltà: ogni volta che scegliamo di rispondere con misura, ogni volta che raccontiamo un lavoro con verità, ogni volta che scriviamo senza cinismo, stiamo riparando qualcosa che altri stanno distruggendo.
Una comunicazione “buona” è un servizio
Non è un caso che anche il Papa abbia parlato di “guarigione del linguaggio” e abbia citato la figura del sordomuto evangelico: un uomo che aveva bisogno non solo di sentire, ma di essere ascoltato.
È questo che oggi manca nella comunicazione: ascolto prima di scrivere, cura prima di pubblicare, consapevolezza prima di “andare online”. Nel settore horeca, tutto questo non è un lusso. È un dovere. Chi scrive per un ristorante, un hotel, una cantina, sta rappresentando qualcosa di più di un’offerta: sta mettendo in gioco l’identità di un’impresa.
La qualità della comunicazione è, a tutti gli effetti, un servizio. E in un mercato saturo, è uno dei pochi elementi distintivi ancora validi.
Distinguersi oggi vuol dire comunicare meglio
Nel mare di contenuti ripetuti, tutti uguali, dove ogni locale offre “un’esperienza sensoriale” o “sapori autentici”, a distinguersi non è chi urla di più, ma chi parla con verità, con sobrietà, con tono riconoscibile.
Non serve un’enciclica per capirlo, ma se lo ricorda il Papa, forse vale la pena rimetterlo al centro: “Impariamo a comunicare in modo onesto e prudente. Preghiamo per tutti coloro che sono stati feriti dalle parole degli altri.”
E nel nostro piccolo, anche noi possiamo fare la nostra parte con parole giuste. Non perfette, non patinate, ma oneste. Perché la buona comunicazione non è un optional: è parte del servizio.
Scrivete per problemi relativi ai vostri social a: social@lamadia.com
[Questo articolo è tratto dal numero di di settembre-ottobre 2025 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]


