La famiglia Iaccarino
Dal padre al figlio
Don Alfonso 1890: la forza della famiglia Iaccarino
A Sant’Agata sui Due Golfi, tra il mare di Sorrento e quello di Amalfi, il Don Alfonso 1890 è la storia di una famiglia — gli Iaccarino — che ha trasformato un’eredità alberghiera in un progetto gastronomico riconosciuto nel mondo, simbolo di ospitalità mediterranea e alta cucina.
Le origini di un sogno
Tutto nasce nel 1890, quando gli antenati di Alfonso Iaccarino aprono l’Hotel Iaccarino a Sant’Agata sui Due Golfi.
Negli anni ’70, Alfonso e sua moglie Livia decidono di imprimere una svolta alla loro professione, avvertendo i prodromi di un cambiamento che, da Marchesi a Vissani, da Pinchiorri ad Aimo e Nadia Moroni, a Fulvio Pierangelini, fino ad arrivare alla rivoluzione del Trigabolo, stava dilagando nella penisola, ridisegnando la storia della cucina italiana di alto profilo.
E proprio Lidia ed Alfonso diventano pionieri di un nuovo corso, rispetto alla tradizione, in una regione che più di ogni altra era abbarbicata a stilemi gastronomici centenari.
“Abbiamo sempre amato visceralmente le nostre radici – ci confida Livia – ma sentivamo il bisogno di rivederle con una visione più moderna, alleggerendo le cotture, rispettando l’essenza intrinseca delle materie prime, modificando le modalità di presentazione dei piatti e lo stile stesso del servizio in sala, con una libertà di approccio fino al momento sconosciuta in Campania. Non ti nascondo – rivela Livia – che all’inizio eravamo isolati, spesso incompresi, e in certe occasioni il nostro ristorante era vuoto. Eppure eravamo convinti della validità del progetto e non ci siamo scoraggiati”.
Il cambiamento, dunque, è stato strutturale e culturale ed è quello che guida ancor oggi la nuova generazione : puntare su materie prime proprie, su una filiera agricola controllata e su una cucina che esprima verità, sempre attuale senza cedere all’effimero delle mode. «Volevamo una cucina che parlasse di verità, – racconta Alfonso – non di lusso, ma di identità. Il lusso vero, per me, è sapere da dove viene ogni ingrediente che porto in tavola.»
Dal padre ai figli: Ernesto e Mario
Oggi il testimone è passato ai figli Ernesto e Mario Iaccarino, quarta generazione di una dinastia dell’ospitalità.
Ernesto, laureato in Economia, sceglie la cucina e nel 2003 diventa lo chef del Don Alfonso 1890. Il suo stile coniuga rigore tecnico e libertà creativa, con l’obiettivo di tradurre in linguaggio contemporaneo la filosofia paterna.
Mario, invece, segue la parte di ospitalità e gestione mutuandole dalla madre, impeccabile padrona di casa: suo, ora, il compito di curare la sala e la cantina con una visione manageriale, ma pur sempre riconducibile alla filosofia di famiglia.
Accanto a loro, Alfonso e Livia restano presenza vigile, custodi dei valori fondanti e del legame con l’azienda agricola di famiglia, Le Peracciole, a Punta Campanella: un orto-giardino affacciato sul mare che produce agrumi, olio, verdure e profumi mediterranei.
Il passaggio generazionale, spesso punto critico nelle imprese di ristorazione, qui è diventato un modello: continuità nella visione, evoluzione nel linguaggio. Una sinergia rara tra memoria e futuro.
Un brand che parla al mondo
Dalla Costiera Sorrentina, la famiglia Iaccarino ha scelto di portare la propria filosofia oltre i confini italiani.
Nascono così le sedi estere: Don Alfonso 1890 Toronto, in Canada, raffinato avamposto della cultura gastronomica campana, curato da Ernesto; il ristorante Don Alfonso 1890 Macau, all’interno del Grand Lisboa Palace, con la presenza di Alfonso Iaccarino in persona; e diverse collaborazioni e consulenze internazionali, sempre gestite con controllo diretto e rigore qualitativo.
Non si tratta di una semplice “espansione del marchio”, ma della filiazione del primigenio progetto culturale: esportare un modo di intendere la cucina italiana fondato su etica agricola, tecnica e ospitalità.
Ogni sede è ambasciatrice di una filosofia mediterranea autentica, non di una replica.
La cucina: radici e leggerezza
La carta del Don Alfonso 1890 è un viaggio nella memoria campana, aggiornata con intelligenza. Ogni piatto nasce da una materia prima coltivata, selezionata o trasformata con metodo “gentile”.
Gli oli extravergine, i limoni, le erbe e le verdure arrivano direttamente da Le Peracciole; il mare fornisce pesci e crostacei secondo stagionalità; la carne è scelta da piccoli allevatori locali.
Tra i piatti simbolo, alcuni restano nel tempo:
- Spaghetti Don Alfonso, icona della semplicità mediterranea, con pomodoro San Marzano e basilico;
- Risotto al brodo leggero di astice con carpaccio, burrata e limone candito, sintesi di mare e freschezza;
- Gnocchi di zucca con cuore liquido di caprino e salsa di pistacchio, gioco di consistenze vegetali e sapidità;
- Zucchine cotte sui carboni con fonduta di scamorza affumicata, nel nuovo percorso vegetariano.
- Una cucina che parla di luce, agricoltura, mare e terra.
Come afferma Alfonso Iaccarino: “Non puoi essere moderno se non conosci le radici della cucina.” È la sua dichiarazione di poetica, e il filo che sostiene il lavoro di Ernesto.
La cantina: una cattedrale sotterranea tra storia e materia
Nel cuore della struttura, sotto la pavimentazione esterna al ristorante, si apre una delle cantine più suggestive d’Italia: un labirinto scavato nel tufo, che affonda le radici nel X secolo.
Le mura antiche custodiscono oltre 25.000 bottiglie, provenienti da tutto il mondo, ma con una predominanza di grandi vini campani e delle etichette che raccontano l’evoluzione della viticoltura italiana negli ultimi decenni.
La selezione è curata personalmente da Mario Iaccarino, che ha impostato un percorso enologico capace di unire territorio e sperimentazione:
«Una carta dei vini non deve solo accompagnare i piatti — spiega Mario — deve raccontare la stessa filosofia che c’è in cucina: equilibrio, trasparenza, verità. Ogni bottiglia qui dentro è una storia di persone e di luoghi.»
La cantina del Don Alfonso non è solo un archivio di etichette, ma un luogo di dialogo esperenziale tra generazioni di produttori, un continuo scambio di conoscenze.
Una parte dello spazio è dedicata ai piccoli vignaioli campani, spesso giovani, selezionati per la coerenza del loro lavoro con i valori della famiglia Iaccarino: rispetto per la natura, equilibrio agricolo, autenticità.
Il progetto ambientale ecosostenibile
Molto prima che la parola “sostenibilità” diventasse moda, gli Iaccarino avevano già tracciato una direzione. La loro azienda agricola biologica con quei dieci ettari di terra affacciata sul mare, tra ulivi secolari, limoneti e orti biodinamici è il primo manifesto della loro credibilità.
L’azienda segue un modello circolare e rigenerativo:
- coltivazioni biologiche certificate, con rotazioni naturali e compostaggio;
- recupero delle acque piovane e utilizzo di energia solare;
- gestione integrata dei rifiuti organici provenienti dal ristorante, che diventano fertilizzante per l’orto;
- scelta di fornitori locali che condividano la stessa etica ambientale.
Negli ultimi anni il progetto si è ampliato con una linea di oli extravergine d’oliva monovarietali e con la valorizzazione delle antiche cultivar di agrumi della Costiera, come il limone di Massa Lubrense e l’arancia “bionda sorrentina”.
«Il rispetto per la terra non è un gesto romantico, è un dovere. — sottolinea Ernesto Iaccarino — Se la natura soffre, anche la cucina perde significato.»
Oggi il Don Alfonso 1890 è considerato un modello di sostenibilità integrata: energia rinnovabile, materiali riciclabili, filiera cortissima e una didattica interna per i giovani cuochi che lavorano nella brigata. Ogni nuova generazione che entra in cucina viene formata anche sul concetto di impatto ambientale, spreco zero e biodiversità.
Il Don Alfonso 1890 è oggi un luogo di memoria e di ricerca, un laboratorio di famiglia in cui l’innovazione non è rottura, ma atto di fedeltà verso la propria terra e la propria storia.
La sua forza sta nell’equilibrio: un’identità forte, ma permeabile al mondo.
E sono ospiti da tutto il mondo quelli accolti in questa casa.
Come afferma Alfonso: «Il nostro compito è far sentire chi arriva da lontano come se fosse nato qui. La cucina serve a questo: a creare appartenenza.»
Una filosofia che può essere d’esempio a molte realtà dell’ospitalità italiana, ossia rinnovarsi senza tradirsi, crescere restando se stessi.
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