C’è una scena che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata surreale, ma che oggi sta diventando quasi abituale: al tavolo di un ristorante, davanti a una carta vini, il cliente non guarda il sommelier ma lo smartphone. Digita, legge il verdetto e poi ordina.
Sempre più persone utilizzano strumenti di intelligenza artificiale (da ChatGPT ad app dedicate) per orientarsi tra le etichette, spesso bypassando completamente il servizio di sala. Alcuni utilizzano anche il livello più avanzato, i cosiddetti “AI sommelier”, sistemi che suggeriscono bottiglie in base a gusto, piatto e perfino stato d’animo. Inoltre, soprattutto tra Millennials e Gen Z, l’uso dell’AI per orientarsi nel mondo del vino è già diffuso anche fuori dal ristorante.
L’intelligenza artificiale applicata al vino è efficace, ed è inutile negarlo: riduce l’incertezza, semplifica un linguaggio che per anni è stato percepito come complesso e spesso escludente, restituisce sicurezza a chi al tavolo non vuole esporsi. L’AI non ti fa sentire incompetente, non devi dire “non capisco la differenza tra un Verdicchio e un Fiano”, non rischi di ordinare una bottiglia sbagliata davanti ai tuoi commensali e a qualcuno che ne sa più di te.
In un contesto in cui il vino è stato raccontato troppo spesso come un territorio per iniziati, la neutralità dell’AI è diventata una sorta di Bignami decisamente utile. Ma è proprio qui che si apre la frattura, in quanto il vino, dentro un ristorante, non è mai stato soltanto una questione di abbinamento corretto, bensì un fatto relazionale, un momento di comunicazione che tiene insieme piatti, persone, intenzioni, perfino umori.
Ridurlo a una risposta “giusta” significa trasformarlo in un problema da risolvere, quando invece è sempre stato un dialogo da costruire.
Chi lavora in sala lo sa bene, sa che la scelta non nasce tanto dalla carta, quanto dal tavolo: da chi guida la conversazione, da chi decide davvero, da chi finge di sapere, da chi è curioso e da chi invece ha bisogno di essere accompagnato senza sentirsi esposto; sa quando proporre qualcosa di rassicurante e quando invece vale la pena spingere un po’ più in là. Questa capacità non è un dettaglio irrilevante, ma è la sostanza stessa del servizio.
Ed è esattamente ciò che l’algoritmo non può riprodurre, perché questo perfetto sistema di ricerca non vede, non ascolta, non beve, non assaggia, non percepisce l’evoluzione nel calice, non conosce davvero le bottiglie, il momento, il contesto e può creare standardizzazione con suggerimenti che tendono verso etichette più note o più presenti nei database.
L’AI ti dà solo l’illusione della competenza, ti fa sentire informato senza esserlo. È lo stesso meccanismo dei social: non sapere e non capire, ma avere l’impressione di poter comunque dire la propria come diritto acquisito, purtroppo. Nel caso del vino, i clienti sono convinti di scegliere, mentre in realtà eseguono.
La deriva è sottile, ma nel tempo rischia di svuotare proprio ciò che la carta vini dovrebbe rappresentare, ossia l’identità stessa del ristorante e delle persone che offrono esperienze e competenze reali. Il punto, allora, non è opporsi alla tecnologia, ma usare l’intelligenza artificiale non come sostituzione della figura del sommelier, ma magari come aiuto anche a fare domande più pertinenti al momento di ordinare.
Tra una scelta corretta dello smartphone e una scelta memorabile esiste infatti una distanza che solo l’interazione umana può colmare: quel vitigno che non conosci, quel piccolo produttore di nicchia, quell’etichetta imprevedibile sul tal piatto, che si rivela poi invece così intrigante, quella connessione rara con ciò che vorresti in quel momento, ma che non riesci a individuare… chi se non un ottimo professionista può offrirti l’emozione e non una playlist che accontenta ma non sorprende! Dimostrazione pratica: in una cena recente, la giovane sommelier di un bel ristorante di Ravenna mi ha proposto, in alternativa allo champagne che avevo ordinato, uno che non conoscevo, offrendomi esattamente la sorpresa perfetta per me, in quel caso migliore rispetto alla mia scelta.
Ridurre anche il vino a una pratica impersonale sarebbe dunque l’ennesimo abominio di una società che sta perdendo il piacere del confronto diretto.
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