Negli Stati Uniti si parla ormai da mesi dei dazi sul vino italiano, eppure, a oggi, l’impatto reale di queste misure non si è ancora fatto sentire sul mercato.
Il motivo è presto detto: da una parte molte aziende italiane hanno aumentato gli sconti verso gli importatori e distributori americani, assorbendo una parte del rincaro per non perdere posizioni; dall’altra, gli stessi distributori hanno preferito non trasferire l’aumento sul prezzo finale, mantenendo listini e scaffali invariati per non frenare ulteriormente i consumi.
In più, il mercato ha giocato d’anticipo.
Nei mesi precedenti all’entrata in vigore dei dazi, nell’estate 2025, gli importatori statunitensi hanno fatto incetta di bottiglie, caricando container e magazzini con volumi superiori alla media.
È anche per questo che i dati dell’export verso gli Stati Uniti, almeno per ora, risultano ancora in linea con quelli dell’anno precedente.
Se si guardano i numeri, l’Italia continua a essere tra i protagonisti assoluti del mercato statunitense, con un valore che sfiora i 2 miliardi di euro tra vino, spiriti e aceti.
Il dazio del 15% introdotto sui vini europei ha un peso relativo: per alcune tipologie l’impatto stimato è dell’1% sul vino fermo e intorno al 3,5% sugli spumanti.
Per questo, almeno nel breve, la tenuta sembra confermata. Ma si tratta di un equilibrio provvisorio, destinato a cambiare quando le scorte accumulate saranno finite e gli importatori dovranno fare i conti con i nuovi prezzi.
A quel punto, sarà inevitabile un travaso, almeno parziale, dei costi sul consumatore finale.
La questione più spinosa, tuttavia, non è tanto legata ai dazi quanto al contesto macroeconomico americano. L’inflazione interna continua a comprimere il potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, la spesa per il vino. Negli Stati Uniti il consumo totale mostra un calo evidente, sia in volume sia in valore reale.
Non si tratta di un problema che riguarda soltanto i vini importati: anche i vini americani, che rappresentano circa i due terzi del consumo interno, stanno vivendo una flessione importante.
Dopo anni di crescita costante, il mercato si ritrova oggi in una fase di stagnazione e la causa principale non è l’offerta ma la domanda, che fatica a sostenere i livelli del passato.
Questo spiega perché, al di là delle schermaglie commerciali e delle tensioni tra Washington e Bruxelles, il vero freno alle vendite negli Stati Uniti è la ridotta disponibilità di spesa da parte dei consumatori.
In un contesto in cui i costi di beni essenziali come alimentari, energia e abitazione continuano a crescere, il vino, soprattutto quello importato, viene percepito sempre più come un bene non prioritario.
E qui sta la vera sfida: non tanto sopravvivere all’effetto immediato dei dazi, che per ora sono stati attutiti da strategie commerciali e magazzini pieni, ma capire come mantenere il vino italiano desiderabile e accessibile in un Paese che sta riducendo i consumi a monte.
Guardando oltre, si aprono scenari interessanti e rischiosi al tempo stesso.
Da un lato, la chiusura del Canada alle importazioni di vini e distillati americani potrebbe rappresentare una grande occasione per i produttori italiani, pronti a inserirsi in uno spazio lasciato libero da un competitor diretto.
È un mercato vicino, maturo, con consumatori evoluti che guardano con favore al made in Italy: una porta che potrebbe trasformarsi in sbocco importante proprio mentre gli Stati Uniti diventano meno prevedibili.
Dall’altro, esiste un rischio tutt’altro che secondario: se i consumi americani dovessero calare ancora, l’invenduto rischierebbe di essere riversato sul mercato italiano.
Uno scenario che porterebbe a un eccesso di offerta interna, a una diminuzione dei prezzi e, soprattutto, a una svalutazione del prodotto di qualità.
Sarebbe il paradosso di un vino italiano che, nel tentativo di difendersi dall’estero, finisce per erodere il proprio valore a casa propria.
Il futuro, quindi, si giocherà su un equilibrio delicato.
Nei prossimi mesi, quando le scorte acquistate prima dei dazi saranno esaurite, potremo vedere gli effetti reali delle nuove tariffe.
Molto dipenderà dall’andamento dell’economia americana e dalla capacità delle famiglie di tornare a spendere in modo più disinvolto.
Nel frattempo, l’Italia dovrà essere pronta a due mosse parallele: presidiare il mercato statunitense con strategie di posizionamento e narrazione che giustifichino il valore del prodotto anche in tempi difficili, e allo stesso tempo guardare a nuovi mercati come il Canada e l’Asia per ridurre la dipendenza da un partner sempre meno stabile.
Perché i dazi passano, l’inflazione può attenuarsi, ma il rischio vero è che il vino italiano perda terreno non per colpa delle regole del commercio, ma per la svalutazione della sua immagine e della sua qualità.
[Questo articolo è tratto dal numero di novembre-dicembre 2025 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]


