Hanno cominciato dalle scuole. Un ritorno all’ordine, dicono. Niente più cellulari tra i banchi: gli studenti devono ascoltare il professore, non il gruppo WhatsApp di classe.
E tutto sommato doveva essere una regola dettata da logica e buonsenso, senza bisogno di normative dello Stato. Una volta, a scuola, c’era un solo telefono – in portineria – e si usava per le vere emergenze. Nessuno scriveva messaggi durante le lezioni, e i genitori… restavano al proprio posto.
Oggi invece si moltiplicano le chat, gli avvisi, le note vocali da due minuti che arrivano tra un compito di matematica e una merenda.
E non parliamo solo dei ragazzi: anche tra i professori c’è chi scorre il feed tra un’interrogazione e l’altra, chi risponde ai messaggi dei colleghi nel gruppo “Docenti in trincea”, chi si fotografa il registro elettronico come fosse un trofeo. Forse, più che un divieto per gli alunni, servirebbe un corso accelerato di buona educazione digitale per gli adulti.
Perché, inutile girarci attorno: chi non sa tenere il telefono in tasca in classe, sarà probabilmente lo stesso che lo appoggia sul tavolo al ristorante, tra il pane e il bicchiere d’acqua. E così, mentre il Ministero auspica il ritorno all’attenzione, vi propongo un’idea ardita: e se il divieto di telefonino valesse anche al ristorante?
🍽️ Il convivio che svanisce dietro l’obiettivo
Immaginate la scena. Tavolo apparecchiato, luci morbide, chiacchiere che iniziano timide come l’antipasto. Arriva il piatto: vapore perfetto, profumo che sale, equilibrio cromatico degno di una tela.
Lo chef, in cucina, osserva soddisfatto sul monitor la sua creazione in sala. E poi: tragedia. Il cliente impugna il telefono. Comincia il rito: sposta il bicchiere, gira il piatto di 32°, cambia la luce del telefono, sistema la tovaglietta, alza la sedia. C’è chi si alza per cercare “la luce giusta”, chi inclina il telefono come un geometra in missione, chi ferma la forchetta del vicino perché “rovina la composizione”.
Nel frattempo, il risotto alla crema di parmigiano e basilico – che aveva la temperatura ideale di 67 gradi – scende a 43. La crema si rapprende, il riso si ammoscia, il basilico perde la dignità. E quando finalmente arriva lo scatto “perfetto”, il piatto è artisticamente morto.
Sul feed, però, è un capolavoro. #foodporn, #chefstellato, #eatingart.
E così, la composizione che lo chef aveva pensato al millimetro per un’esperienza multisensoriale diventa contenuto bidimensionale: bella, sì, ma fredda come il piatto che la ritrae.
E il convivio? Quello evapora silenziosamente.
La tavola, che dovrebbe essere luogo di dialogo e incontro, si trasforma in un set fotografico. Le voci si abbassano, le posate si fermano, ognuno assorto nel proprio scatto. Il tempo dell’attesa – che una volta univa – oggi divide.
La conversazione cede il posto alla concentrazione sull’angolazione perfetta, e la convivialità svanisce come la riduzione al vino rosso sotto le luci del flash.
Lo chef, se potesse, metterebbe un cartello accanto al menù:
📵 “Qui si mangia, poi si fotografa.”
Oppure, più diplomaticamente:
💬 “Postate pure, ma solo se fate presto!”
Perché il problema non è il telefono in sé, è la distrazione che porta via il momento.
I social non sono solo il male: sono l’abuso, la frenesia, la ricerca compulsiva del “contenuto” che trasformano la cena in uno spettacolo e la compagnia in semplici comparse o rivali da like. E forse è da qui che dovremmo ricominciare, tutti: genitori, figli, nonni, amici di tavolo.
Perché se un bambino impara che il telefono resta in tasca mentre si studia, si mangia, un giorno saprà anche ascoltare senza distrarsi, parlare senza interrompere, vivere senza “postare” ogni respiro. L’educazione digitale – come quella a tavola – non si insegna con un divieto, ma con un esempio.
E l’esempio comincia da chi siede accanto.
Perché educare al digitale non è vietare: è insegnare a stare nel momento senza filtri, senza hashtag, con le mani (e il cuore) occupati da chi o cosa abbiamo davanti.
Scrivete per problemi relativi ai vostri social a: social@lamadia.com
[Questo articolo è tratto dal numero di novembre-dicembre 2025 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]


