Undici bar al giorno. È questo il numero che fotografa meglio un cambiamento che sta avvenendo quasi in silenzio nelle nostre città e nei nostri paesi.
Secondo un’elaborazione di Confesercenti sui dati delle Camere di Commercio, tra il 2019 e il 2025 in Italia sono scomparse oltre 24.000 attività, con una contrazione che interessa praticamente tutto il territorio nazionale.
Non stanno chiudendo soltanto i vecchi bar di paese o il classico “Bar dello Sport”. Scompaiono anche le attività di quartiere delle grandi città, quelle dove si prende il caffè prima di andare al lavoro, si compra il giornale, si incontra qualcuno per caso, si conoscono per nome clienti e famiglie.
Il bar italiano, del resto, non è mai stato semplicemente un posto dove bere qualcosa.
È una delle forme più diffuse della nostra ristorazione di prossimità e rappresenta da decenni un presidio sociale, soprattutto nei piccoli centri e nei quartieri residenziali.
Una crisi che colpisce soprattutto il Centro-Nord
I numeri mostrano differenze importanti fra le diverse aree del Paese.La riduzione raggiunge il 16,3% nel Nord-Est e il 16,1% nel Nord-Ovest, mentre risulta più contenuta, pur rimanendo negativa, nel Sud (-6,7%) e nelle Isole (-6,5%).
In termini assoluti è la Lombardia ad aver perso più attività: 4.957 bar in meno in sei anni. Seguono Lazio (-4.405), Veneto (-2.806), Emilia-Romagna (-1.916) e Piemonte (-1.915).
Ancora più significativo è il dato percentuale delle Marche, dove il numero dei bar è diminuito del 25%. Nel Lazio la contrazione raggiunge il 23,9%, in Valle d’Aosta il 22,2% e in Veneto il 20,1%.
A Roma il fenomeno assume dimensioni particolarmente evidenti: dal 2019 al 2025 sono scomparsi 2.827 bar, oltre il 30%, nonostante gli importanti flussi turistici registrati dalla Capitale negli ultimi anni.
Perché tenere aperto un bar è sempre più difficile
Dietro questi numeri c’è un problema economico, ma non soltanto. Negli ultimi anni gli esercizi pubblici hanno dovuto confrontarsi con l’aumento dei costi energetici, delle materie prime, degli affitti e del personale. A questo si aggiunge una difficoltà ormai strutturale nel trovare collaboratori disponibili a sostenere gli orari tradizionali della ristorazione.
La Madia ha più volte affrontato il tema del lavoro nel settore, raccontando un cambiamento che riguarda soprattutto le nuove generazioni: turni molto lunghi, lavoro serale, weekend e festività stanno rendendo meno attrattive molte professioni dell’ospitalità. Una parte della ristorazione sta già modificando il proprio modello organizzativo, riducendo servizi e giorni di apertura proprio per garantire condizioni di lavoro differenti. Una trasformazione che riguarda ristoranti e locali ma che, per un bar aperto spesso dalla prima mattina alla sera, diventa ancora più complessa.
Il problema è quindi anche quello della sostenibilità di un modello, in quanto il tradizionale bar italiano vive spesso su consumi di piccolo importo: il caffè, il cappuccino, la brioche, l’aperitivo. Prodotti il cui prezzo non può crescere indefinitamente, mentre aumentano buona parte dei costi necessari per servirli.
Quando chiude un bar cambia anche il quartiere
C’è però un aspetto dei dati di Confesercenti che merita forse ancora maggiore attenzione: la perdita di un’attività commerciale non riguarda solamente il suo titolare e i suoi dipendenti.
Un bar aperto significa persone che entrano ed escono, luci accese, movimento lungo una strada, rapporti tra residenti. Nei piccoli comuni può essere uno degli ultimi luoghi di aggregazione rimasti; nei quartieri delle città rappresenta spesso un punto di riferimento quotidiano. «Quando questi luoghi vengono meno, le strade sono meno frequentate e le città diventano più spente e meno sicure», ha sottolineato il presidente di Confesercenti Nico Gronchi presentando i dati. Ed è forse questo il punto più importante.
Per anni abbiamo considerato il bar sotto casa quasi come una presenza scontata del paesaggio italiano. Oggi non lo è più. La progressiva scomparsa di queste attività racconta un cambiamento profondo dei consumi, del lavoro e delle città. Ordinare online, acquistare nella grande distribuzione o consumare velocemente altrove può essere più comodo, ma non produce necessariamente la stessa rete di relazioni.
Il rischio è accorgersi del valore del commercio di prossimità soltanto quando la serranda è già abbassata. Confesercenti ha avviato anche una proposta di legge di iniziativa popolare dedicata alla rigenerazione urbana e al sostegno delle attività di prossimità, perché fermare la desertificazione commerciale significa certamente tutelare migliaia di piccole imprese, ma significa anche interrogarsi sul modello di città che vogliamo costruire o mantenere.


