A Firenze succede ormai di tutto: si clonano le borse, i vini, i tartufi, perfino le trattorie con i camerieri in finto accento toscano. Ma forse mancava ancora il passaggio successivo: esportare direttamente un ristorante storico dall’altra parte del mondo, senza chiedere il permesso a nessuno.
E così il “Grande Nuti”, insegna a pochi passi dal Duomo di Firenze, si è improvvisamente scoperto vivo e vegeto anche a Fortaleza, in Brasile. Stesso nome. Stesso logo. Stessa identità visiva. Solo con circa 7500 chilometri di distanza e un dettaglio secondario: i proprietari fiorentini non ne sapevano assolutamente nulla.
Non è una filiale, né è un franchising, non è un omaggio dichiarato e non è nemmeno uno di quei casi ambigui in cui qualcuno “si ispira”.
Qui siamo già nella fase in cui il confine tra imitazione e copia carbone diventa piuttosto sottile.
Sui social del locale brasiliano si parla genericamente di ristorante italiano, ma Firenze sparisce. Nessun riferimento alla storia del locale originale, nessuna spiegazione sul nome, nessun cenno alle radici dell’insegna. Eppure il logo racconta altro: stessa impostazione grafica, stessa costruzione visiva, stesso richiamo immediato allo storico ristorante di Borgo San Lorenzo.
Del resto il “Grande Nuti” non è il bar qualunque aperto sei mesi fa da un influencer appassionato di pici al sugo o ribollita. È uno di quei locali che, nel bene e nel male, fanno parte dell’immaginario gastronomico turistico della città. A cinquanta metri dal Duomo, dentro un edificio seicentesco degli ex Padri Scolopi, con file di visitatori davanti alle vetrine e una fama internazionale costruita soprattutto attorno alla pasta fresca.
Tradotto: un marchio riconoscibile, e proprio per questo appetibile.
La vicenda, però, va oltre il singolo caso folkloristico. Perché racconta molto bene il momento che vive la ristorazione italiana nel mondo: siamo talmente desiderati che ormai non si copiano più solo i piatti, ma direttamente le identità.
Prima arrivavano i “Parmesan”, i “Chianti California”, le pizze con ananas e würstel chiamate “tradizione italiana”. Oggi evidentemente si passa allo step successivo: prendere nome, logo e reputazione già pronti, impacchettarli e riutilizzarli altrove sperando che nessuno se ne accorga.
O che nessuno abbia voglia di affrontare una battaglia legale internazionale.
Ed è forse questo il punto più interessante della storia: molti pensano che il furto d’identità commerciale sia un problema delle multinazionali. Invece colpisce anche le insegne storiche di quartiere, quelle che hanno costruito valore nel tempo senza immaginare di dover presidiare mezzo pianeta digitalmente.
Perché oggi basta un profilo Instagram ben confezionato, due fotografie di pasta fresca, una grafica copiata decentemente e un nome evocativo per appropriarsi di decenni di reputazione altrui.
I proprietari del “Grande Nuti” parlano apertamente di utilizzo non autorizzato del marchio e si dichiarano pronti a tutelare il brand. E fanno bene. Anche perché qui non è in gioco soltanto un logo: c’è il tema, molto più grande, della credibilità del Made in Italy gastronomico.
Che continua a essere una delle cose più imitate al mondo, spesso male, a volte goffamente e altre con una precisione quasi chirurgica.
E se un giorno dovessimo trovare una replica del Ponte Vecchio accanto a una churrascaria, probabilmente non ci sorprenderemmo nemmeno troppo.


