La maggior parte delle persone è restia a diventare vegana non perché manchi di consapevolezza, ma perché il cibo e la storia ad esso legati sono ben più radicati rispetto all’etica e ai suoi valori.
Il cibo non è solo combustibile per le nostre cellule; è vissuto come espressione della propria identità, cultura, appartenenza ad una comunità, abitudine e comfort.
Il cibo è tradizione e radici profonde che vengono messe tra i primi posti nella scala dei valori dalla maggior parte delle persone.
A oggi chiedere a qualcuno di diventare vegano non è come chiedergli un semplice cambio di dieta, ma è un po’ come riscrivere un mito, ridefinire la propria identità e rivedere tutto ciò che prima si riteneva giusto ed autentico.
Diventare vegani, o anche solo acquisire la consapevolezza dell’enormità su scala globale dell’ignobile abuso sugli animali ormai normalizzato e standardizzato, aprirebbe lo sguardo e le menti.
Ahimè, la maggior parte delle persone evita di accettare questa scomoda realtà, proprio come la maggior parte non si interessa al cambiamento climatico e alle guerre in ogni parte del mondo.
Mangiare animali è normalizzato sin dalla nostra nascita.
Tutti, bene o male, siamo cresciuti circondati da pupazzi con fattezze animali, come la scimmietta Mon Cicci, la barboncina Poochie, l’orsacchiotto Teddy Ruxpin, etc.
Per non parlare di libri e canzoni a tema: gli animali della fattoria che vivono felici e spensierati, per poi diventare il piatto forte sulle tavole delle domeniche di festa.
Che cos’è? Indolenza? Opportunismo?
Se parlo con la maggior parte delle persone, tutte esprimono la loro indignazione nei confronti degli abusi e si sentono messaggeri ed esempio di moralità: non ferire gli altri, essere gentili, premurosi e rispettosi, è ciò che facciamo ogni giorno! – asseriscono.
Peccato che ciò non si estenda a quanto hanno nel piatto. Lo so, non è facile ammettere il fatto che il proprio piacere si basi sulla sofferenza altrui ed è più semplice, nonché vile, distogliere lo sguardo.
Dall’antropologia alimentare, sappiamo che carne e latticini non sono solo ingredienti, ma anche rituali, sacrifici, feste, grigliate domenicali e ricette della nonna che tengono ancorato l’essere umano alle proprie abitudini.
Sono elementi che lo definiscono, danno forma alla loro identità e alle loro credenze.
Così il veganismo viene visto come un esilio culturale e sebbene ci siano coloro che condividono il concetto a livello etico, gli stessi non resistono di fronte alle polpette al sugo della nonna.
Le nostre papille gustative vanno in visibilio con grassi, sale e il gusto umami, caratteristiche presenti nei prodotti animali, ma che sono facilmente riproducibili con le fonti vegetali.
Fino a quando non verrà compreso che le alternative a base vegetale corrispondono e talvolta superano quelle ricompense sensoriali provenienti dai prodotti animali, la persona media non cambierà e continuerà nel conforto del senso di colpa collettivo.
Ecco l’altra scusa:“tutti mangiano carne!” è tra le giustificazioni che riescono meglio ad allontanare dalla scelta vegana: diluire il senso di colpa e la responsabilità che si ha verso se stessi ed il prossimo tra i miliardi di essere viventi. Un po’ come giustificarsi per le schiavitù, le disuguaglianze, le guerre e la distruzione degli ecosistemi.
Troppo costoso, troppo complicato o addirittura innaturale, sono gli altri pretesti che si adducono per non essere vegani.
Una gustosa quanto semplice pasta e fagioli costa decisamente meno in termini di tempo, costo della materia prima e ripercussioni climatiche, rispetto ad una pasta col tonno.
È vero, il veganismo può sembrare isolante, le persone temono di essere giudicate, derise o etichettate come estreme, facenti parte di una setta.
Prima del giudizio altrui, è fondamentale il confronto con se stessi. La reticenza a essere vegani non riguarda mai la ragione, è piuttosto una resistenza al guardarsi allo specchio, all’affrontare le verità scomode, preferendo rimanere complici e parte di questo sistema malato, piuttosto che vivere una vita libera e di compassione verso il nostro animo ed il resto del mondo.
La semplice e triste verità è che la maggior parte delle persone non si preoccupa abbastanza di prendere in considerazione la situazione di miliardi di animali.
Sanno a grandi linee cosa accade realmente, sono a conoscenza della crudeltà degli allevamenti intensivi, del collasso degli ecosistemi e dell’aumento delle temperature, ma se la conoscenza è potere, la conoscenza senza cura è vana.
Ci si preoccupa soprattutto di ciò che è vicino e che ci tocca personalmente.
Ci si lamenta della politica del proprio paese, se fa freddo o troppo caldo, dell’ingiustizia, ma è così raro che qualcuno agisca realmente.
Gli animali nei macelli, lo sbiancamento della barriera corallina, le coltivazioni di olio di palma, o un grado di riscaldamento globale in più non influenzano le scelte nel piatto, né riducono l’utilizzo del riscaldamento: sono solo un problema a cui qualcun altro penserà.
Siamo cresciuti in tribù e si ragiona ancora con quello spirito: si piange per la morte del proprio animale domestico, ma si continuano ad ignorare miliardi di animali macellati brutalmente.
Si inveisce contro le istituzioni per un’alluvione locale, ma poco importa se l’Artico continua a sciogliersi.
Questa è cecità e pigrizia intellettuale.
Ammetto che prendersi veramente cura dell’ambiente, della sofferenza degli animali e delle ingiustizie è estenuante, significa vivere in un perenne stato di afflizione, ed in tutta onestà, chi mai vorrebbe accettarlo come stile di vita? Così la maggior parte delle persone preferisce simulare di essere moralmente partecipe alla lotta contro queste terribili verità, compiendo gesti come riciclare, partecipare al “Meat-free Monday”, etc.
Qualcuno direbbe “encomiabile!” In realtà non fa nulla di concreto per cambiare il sistema.
È una sorta di economia psicologica, un rifiuto emotivo della verità: non si negano i fatti, ma le loro implicazioni, che li obbligherebbero a cambiare le proprie vite e ad accettare che la propria visione del mondo sia totalmente sbagliata.
È così che il rimorso di coscienza interviene e viene più facile postare l’indignazione per un fatto su un social, mostrandosi moralmente coinvolti, senza però di fatto agire concretamente.
Chi è vegano percepisce quel dolore, che la maggior parte delle persone tende a sopprimere durante la propria esistenza.
Questo tormento, con la sensazione che sia irrisolvibile per la deriva del sistema, ti allontana dal mondo, perché il “tutto va bene” è solo un’illusione costruita dalle società e porta a vivere fuori sincrono.
L’empatia profonda non è socialmente conveniente, mentre l’intorpidimento delle menti è premiato dalle società moderne.
Essere vegani significa vivere in dissonanza con il resto del mondo: ogni giorno ci si chiede “come possono gli altri non vedere?”
E il patimento non è dovuto solo agli animali ed ecosistemi, si estende anche al fallimento morale della specie umana.
L’egocentrismo umano porterebbe a chiedersi “ma chi me lo fa fare di essere vegano e vivere così!”. Il lato positivo c’è ed è molto sottile. Probabilmente non per tutti. In contrasto all’isolamento, c’è la fierezza della propria identità morale, costruita sul diniego del sistema attuale. Questa chiarezza non porta ad essere esclusi per sempre dal resto, ma porta a vivere il più onestamente possibile all’interno di questa società ormai logora. Certo, non si può pensare di aggiustare tutto, ma ci si può rifiutare di contribuire al suo peggioramento. Questo significa essere integri.
Non distogliere lo sguardo è la prova che non tutti sono insensibili.


