Prima di entrare più nel merito circa i rosa d’Italia, vale la pena esporre la questione con una debita premessa.
Riflessi corallini o cerasuoli, bagliori invitanti o pallide e romantiche note rosa: il fascino discreto del vino rosato si lascia percepire da più angolazioni, come un prisma sfaccettato che rimanda immagini multiformi e mai univoche.
Le ragioni sono molte: sono pochissimi i vitigni che possano dirsi rosati di nascita, a parte la famiglia delle Schiave, il Bombino Nero, per certi versi il Lambrusco di Sorbara e parzialmente il Grignolino.
La tipologia deve dunque il suo carattere quasi sempre al metodo di vinificazione, con macerazioni brevi dei mosti da uva rossa (la pratica migliore per ottenere un grande rosa). Più oltre accenneremo anche ad altre tecniche.
Si può dire quasi che il rosato sia un vino metafisico, esistente ben prima nella mente di chi se lo immagina e poi prova a produrlo.
Quali le variabili a disposizione del produttore per un rosa riuscito e di successo
La scelta della materia prima è quanto mai ampia: teoricamente tutti i vitigni a bacca rossa potrebbero dare un rosato, anche se poi il cerchio si restringe a quelli che hanno dimostrato di poter trarre vantaggio da questo protocollo di vinificazione: Groppello, Nero d’Avola, Marzemino, Sangiovese, Corvina, Negroamaro, Montepulciano, Lagrein ed altri. Il contatto del mosto con le bucce può protrarsi da qualche ora a una notte (chiamato dai francesi Vin de la nuit).
In base al vitigno di partenza e alla durata della macerazione, si otterranno tonalità cromatiche dal rosa al chiaretto, dalle sfumature ramate color buccia di cipolla, al Cerasuolo, già in odor di rosso.
Queste variabili si riflettono sull’equilibrio delle caratteristiche, dando origine a un ventaglio molto ampio di aromi fruttati, tra i quali si possono percepire con chiarezza i frutti di bosco, come di lampone, fragola e ribes, accanto a note più fresche e floreali, con cenni di ciliegia.
La fortuna e la notorietà dei rosa italici, è legata alla specializzazione di alcune zone storiche vocate, come le rive del Garda Bresciano, l’Alto Adige, la penisola salentina.
Molto apprezzati i rosa spagnoli e francesi, ma non da noi; ciò perché hanno una spiccata tendenza ossidativa, che li rende poco apprezzati sul nostro mercato.
Tipologia in ascesa, dal giro d’affari che si stima di 5,56 miliardi, da qui al 2033
Incoronato come terzo colore del vino, anche il rosato si prende la sua parte nel mercato, passando da un completamento di gamma, a una tipologia utile intercettare quei consumatori che si allontanano dal mondo del vino, perché inaccessibile o eccessivamente costoso.
Il giro d’affari potrebbe arrivare a toccare 5,56 miliardi fino al 2033: non un business volatile, quindi, ma un fenomeno consolidato che le zone di produzione certificate stanno cercando di cavalcare.
Dal Lago di Garda alla Puglia, passando per l’Abruzzo, la voce del rosa si sta alzando sempre di più, anche se non mancano le perplessità.
Sono in molti ancora a trattarlo come una semplice integrazione nelle carte vini, ma attualmente si ravvisa però la percezione che possa fare davvero la differenza nel mondo enologico, se meglio considerato.
Nei territori di elezione in cui il rosato ha già un ruolo essenziale, il dibattito è acceso tanto sullo stile da seguire, quanto sui colori non sempre uniformati e sui vitigni da utilizzare per creare un vino rosa.
Se i prediletti sono gli autoctoni regionali, certamente non mancano espressioni internazionali pronte a compiacere il mercato italiano ed estero.
I rosati in Italia. Le zone di elezione e le loro radici storiche
Se si dovesse identificare il vino rosa di due italici areali, a fare da padrona per numeri e storicità sono quelli del Chiaretto (Garda) e Puglia.
La prima, per antica vocazione turistica, ha saputo ben esporsi in un mercato che cercava un vino da bere senza pensieri in riva al lago, durante la stagione estiva, ma non solo. Il suo prezzo medio è stato definito troppo basso – da 3,5 euro a 12 euro in Gdo, arrivando a 18 euro in enoteca – per questo molti produttori, oggi, ne rifanno il look elevando il Chiaretto a vino identitario del Lago di Garda.
Con 10 milioni di bottiglie l’anno, il Chiaretto di Bardolino si è posizionato tra i rosé di punta in Italia, promuovendo la comunicazione del rosa come prodotto competitivo all’estero tanto per prezzo, quanto per bevibilità.
Va aggiunto che proprio nel Bénaco bresciano nascono i primi rosa “moderni”, ossia quelli che partono dai vitigni più adatti, dai terroir più corretti, dal colore più tenue, lavorati lungo tutta la filiera pensando di produrre un rosa, impiegando la tecnica più rispettosa: quella della breve macerazione sulle bucce.
Tutto ciò grazie allo storico e agronomo per passione Gherardo Pompeo Molmenti, che – seconda metà dell’800 – influenzò in modo molto positivo il modus operandi dei vignaioli per ottenere dei rosa di grande qualità e identitari. Tutti aspetti disattesi dagli altri rosa del periodo e anche da diversi rosa attuali.
Pensati invece come beveroni, senza badare al terroir, ottenuti con la discutibile pratica del salasso, se non addirittura (oggi vietatissimo) con il mischione bianco+rosso.
La tecnica del salasso del vino consiste proprio nell’estrarre o prelevare una certa quantità di mosto da una botte in cui si sta procedendo alla produzione di vino rosso.
La parte di mosto prelevata, prima che la macerazione sia portata a termine, viene vinificata in bianco allo scopo di produrre vini rosati. In altre parole, il mosto estratto non viene più messo a contatto con le vinacce in modo tale che bucce e vinaccioli non trasmettano altre sostanze coloranti al liquido. Ciò consente di ottenere un vino rosato.
Al contrario, la parte di mosto non prelevata continua la macerazione con bucce e vinaccioli per ricavare vino rosso. Si può ben comprendere che tale pratica difficilmente può condurre a un rosa di grande qualità, quest’ultimo diventando in sostanza una sorte di sottoprodotto di un vino rosso, senza una propria e decisa identità.
I rosa pugliesi furono davvero i primi a comparire sul mercato? Non sembra
Diversa la posizione (non del tutto corretta) dei viticoltori pugliesi, che avocano a sé la paternità del rosato come il vino autoctono maggiormente identitario della regione.
Si narra che storicamente il primo rosato sia nato nel Salento nel 1943, dal dopoguerra la strada rosa della Puglia è stata più che battuta, prima certificando la forza del consumo locale, poi, da vent’anni a questa parte, conquistando il cuore dei turisti italiani e stranieri.
La sfida lanciata dai maggiori produttori di rosato è tuttavia quella di uscire dal mercato prettamente estivo, superando la svalutazione del prodotto, oggi attestato sul prezzo di 10/15 euro a bottiglia nel settore horeca, per puntare tutto sul rosato gastronomico adatto ad ogni stagione.
In verità la Puglia nel 1943 ha visto nascere il primo rosato imbottigliato: il mitico Five Roses.
Ma non è stata la prima regione italica a produrre vini rosa, nati invece, come abbiamo visto sul Garda Bresciano.
Interessante però, notare il proliferare di autoctoni che, oltre al Negroamaro e Primitivo made in Salento, rendono rosa anche il delizioso Bombino Nero (che di fatto è un rosato naturale, visti gli scarsi antociani di cui è dotato) e il Nero di Troia, la cui loro culla dimora è nel comprensorio di Castel del Monte.
Da Montepulciano cerasuolo d’Abruzzo Doc, a Cerasuolo d’Abruzzo Doc
E poi arriva il Cerasuolo d’Abruzzo, regione molto importante per la produzione di rosé, che dopo essere stato regolamentato all’interno del disciplinare del Montepulciano d’Abruzzo, da alcuni anni gode di una Doc a sé.
Ciò potrebbe essere interpretato come un semplice aggiornamento burocratico; in realtà, con questa operazione non è più possibile partire da un rosso, ma bisogna pensare in rosa lungo tutta la filiera produttiva, rivendicando da subito se una vigna è destinata al Montepulciano o al Cerasuolo.
In pratica, a favore della qualità, indirettamente si vieta il salasso, a favore del vin de la nuit.
Il suo successo gli ha fatto toccare, solo nel 2024, circa 9,4 milioni di bottiglie vendute. Per garantire un trend in ascesa, la regola è preservare parte della tradizione, ma soprattutto parte dell’innovazione, dovuta in primis dalla separazione dei disciplinari, di cui quello destinato al Cerasuolo si è anche fatto carico di definire un colore identificativo per la tipologia.
Tutti aspetti che saranno ancora più rigorosi dal prossimo anno, così da portare la tipologia a ulteriori miglioramenti, dando più voce al terroir e al contempo mettendo dei paletti a stili troppo variegati, soprattutto a livello enologico.
I colori del vino rosa, da nettari cerasuoli agli attuali dalle nuance più tenue
Per quanto concerne il colore, c’è ancora tanto da dire sul vino rosa. A fare scuola per il rosato o rosé c’è sempre stata la Francia, con l’esplosione della Provenza e del suo rosa tendente al bianco che ha saputo scardinare le barriere del commercio e delle vendite, e che anche l’Italia ha cercato di emulare in cerca di successo, pur a volte snaturandosi.
E così che si è giunti a una disarmonia in fatto di colore, che parte da tinte più cariche e arriva al rosa chiarissimo, per suggerire l’idea di un prodotto raffinato e spendibile anche all’estero. Si è creata pertanto una difformità tra il consumo che non riesce a passare dal locale al nazionale, e la diffidenza del consumatore che non riesce a riconoscere le varietà della tipologia “rosato”.
Se il Susumaniello pugliese – esempio di vitigno recuperato – si è vestito delle tonalità più disparate, dalla più scura alla più tenue, oggi c’è un ritorno al tradizionale rosato carico che denota uno stacco tra le varietà pugliesi rispetto a qualsiasi altra declinazione assimilabile.
Il punto di vista dei produttori, però, è orientato a mantenere una certa unità sul colore – secondo le varie zone di produzione, si intende – in modo da dare un’unica bandiera al vino rosato, che sappia farsi riconoscere sia per collocazione geografica che per identità gustativa.
Non mancano ulteriori zone, anche le più impensabili quando si parla di rosato, che si dedicano allo sviluppo del vino rosa perché “lo chiede il mercato”, come la Toscana e la Sicilia. Per essere al passo, quindi, non mancano rosé da Pinot Nero, Cabernet Sauvignon o da Sangiovese.
Il tutto per conferire una declinazione più easy a vitigni potenti nella loro accezione rossa e che però tirano meno, con dati confermati dalle analisi di mercato.
Va però detto che l’attuale disomogeneità di colore va via via appianandosi. La tendenza è quella di rosa sempre più tenui, dai riflessi ramati e buccia di cipolla, abbandonando i colori più carichi. Dal cerasuolo al chiaretto, in pratica. Ciò per estetica ma anche per motivi enologici.
Infatti l’impalcatura tannica dei rosati è molto esile: l’uva cede prima i suoi antociani rispetto ai polifenoli, e così se il rosa è carico, le sostanze coloranti, mal supportate dalla debole texture tannica, precipitano abbastanza rapidamente, così da rendere il prodotto instabile, poco longevo e a rischio di attacchi ossidativi precoci; il contrario di quello che si potrebbe pensare.
Va infine aggiunto che un’altra tendenza andrà a rafforzarsi nel tempo, ossia quella di chiamare il vino rosato vino rosa. Ciò per valorizzare la tipologia.
Perché rosato? Per tradurre in italiano il lemma francese “rosé”. Ma rosato, in italiano, va a sminuire l’immagine della categoria, evocando l’immagine di un sottoprodotto, se non addirittura a quella di un “mischione”. Rosa invece è più chiaro e rispettoso. D’altra parte i bianchi non vengono chiamati “biancati” e i rossi “rossati”, quindi spazio al termine rosa, abbandonando la dicitura rosato.
A chi piace il rosato oggi? I possibili target
Il rosato è un vino trasversale, da definirsi quasi “pop”. Il perché è semplice: incontra il gusto del consumatore anche meno addentrato nel mondo del vino.
Piace alla GenZ perché si presta all’instagrammabilità – oggi essenziale per poter aggiudicarsi i like – e poi mette sempre tutti d’accordo dal pranzo alla cena.
Che sia realizzato in bollicine o fermo, il futuro del rosato è davvero roseo: l’offerta tende a posizionarsi su un prezzo premium, a incentivare l’appartenenza al territorio, senza dimenticare la possibilità di innovarsi attraverso tecniche di vinificazione e affinamento differenti.
A cavalcare l’onda di un prodotto di facile accesso sono le star di Hollywood e non certo da qualche mese, ma da anni. Se il caso Miraval firmato Pitt-Jolie ha tenuto banco sul mercato mondiale, anche Megan Markle celebra il suo rosato destinato al mercato domestico, lanciato nel giorno del compleanno di Lady D.
Un atto per raggiungere i fan dell’eterna principessa o una scaltra manovra commerciale?
Sicuramente entrambi e, possiamo dirlo con certezza, il prodotto avrà il suo successo.
Il rosa del futuro: dipende da attende indagini di mercato. Largo anche ai longevi
Un futuro roseo ci può essere, ma i produttori puntano a un vino destagionalizzato e in grado di scardinare i confini regionali. Le carte sono tutte a favore, al netto della diffidenza del consumatore medio.
A dimostrarlo sono i fatti: il vino rosa incontra i gusti del bevitore più o meno informato, orientato a una scelta di un vino dal basso grado alcolico e che sappia distinguersi in tavola, soprattutto con una cucina sempre più vegetale.
Per promuovere il rosato però, serviranno iniziative congiunte e territoriali, purché volte a esaltare il meglio del prodotto. Se in alcuni casi certi esperimenti si sono rivelati vincenti perché rivolti al consumatore, in determinate zone d’Italia e oltre confine si pensa a unire i produttori di rosato con un’idea trasversale, artigianale ed extraregionale.
Che sia questa la via per sdoganare definitivamente il rosa da completamento di gamma a prodotto dalla inconfondibile identità? Certamente lo scopriremo al netto degli scossoni di un ballerino e capriccioso mercato del vino.
Ma esiste anche un’evoluzione del vino rosa tutta sua.
Se già parlare di bianchi da invecchiamento è ancora arduo in Italia, con molti consumatori legati a vecchi pregiudizi che identificano i canuti nettari come vini da bere nell’annata, scrivere di rosati – già categoria di per sé snobbata nella Penisola, incompresa, poco comunicata, consumata quasi solo nei luoghi di origine – da “invecchiamento” è quasi un’impresa fantascientifica. Invece non è sempre così.
Si può dimostrare, esistendo una ventina di etichette disponibili sul mercato, fra cui l’iconico Cerasuolo d’Abruzzo di Valentini, che anche i vini rosa possono essere in grado di offrire grandi soddisfazioni sensoriali, bevuti da giovani d’accordo, ma anche assaporati nel corso degli anni.
Rosa in genere affinati in botti grandi o tonneau usate, trattati in cantina come fossero vini da invecchiamento.
E così anche l’equazione rosato = vino da bere giovanissimo, può essere confutata.
La degustazione, in ordine geografico, senza la pretesa di una valutazione
Bardolino Doc Chiaretto Traccia di Rosa – Le Fraghe
Matilde Poggi è la signora del rosè vista lago.
Siamo a Bardolino e la sua idea è sempre stata quella di creare un vino fuori dal coro che rispecchiasse la sua idea di evoluzione del Chiaretto. Solo Corvina (90%) e Rondinella (10%), diraspatura, passaggio in serbatoio termocondizionato di acciaio per fissarne i profumi.
Dopo circa 6 ore si procede all’estrazione del mosto fiore rosato con una resa in mosto del 25%. Il mosto rosa viene poi decantato a freddo e inviato in un serbatoio di cemento per la fermentazione spontanea.
La temperatura di fermentazione è mantenuta a 18°C. Conclusa la fermentazione, il vino rimane in serbatoi di cemento sulle proprie fecce fini, periodicamente mantenute in sospensione mediante bâtonnage. Si procede a imbottigliamento a giugno, senza alcuna operazione di filtrazione.
Rosa dei Frati Vino rosato – Cà dei Frati
Le rive meridionali del Benaco hanno conservato da sempre la tradizione di un vino leggiadro, fresco e gentile come il Rosa dei Frati, semplice in apparenza e autorevole nei fatti.
Un rosato di alto livello capace di sorprendere per la propria semplice autorevolezza. “Gastronomico”, ossia perfetto in abbinamento al cibo.
Frutto di un blend di Groppello, Marzemino, Sangiovese e Barbera, al naso evidenzia sentori di fiori di biancospino, mela verde e ciliegia selvatica.
In bocca è gustoso, fresco, sapido e capace di stimolare il palato grazie alla sua vivida acidità e ai sentori di piccoli frutti rossi. La facilità di beva invita al bicchiere successivo, con spensieratezza. Indicato con salumi non eccessivamente grassi, verdure fritte, funghi, insalata di pomodoro e mozzarella, paste delicate e risotti primaverili, carni bianche leggere e pesci con lavorazione più decisa.
Un vino che oltre esaltare il terroir di provenienza, grazie a una conduzione vitienologica perfetta mostra un’ottima capacità di invecchiamento.
Valtenesi Doc Rosato Rosamara – Costaripa
Tra i casi iconici del rosé tutto italiano ma con un occhio alla finezza della Provenza, c’è il vino di Mattia Vezzola. Il Rosamara, fenomeno produttivo che ha reso grande Moniga del Garda, viene definito “il vino di una notte”. Groppello, Marzemino, Barbera, sono tutte varietà che si esprimono bene in zona e che vengono vinificate secondo la tecnica “a lacrima” con utilizzo del puro fiore attraverso lo sgrondo statico prima della fermentazione. Il risultato è un mosto che può essere considerato il cuore dell’acino.
Il 50% del mosto fermenta ed evolve in piccole botti di rovere da 228 litri per circa 6 mesi.
Al calice il vino sviluppa note fruttate di pesca e piccoli frutti rossi, amarena e melograno. Piace per sapidità e coerenza al gusto, nonché per lunghezza al sorso.
È perfetto anche da bere negli anni, dimostrando forza e maturità assaggio dopo assaggio.
Cerasuolo d’Abruzzo Doc Anfora – Azienda Cirelli
Il Cerasuolo è l’evoluzione del progetto rosato regionale. Francesco Cirelli ha voluto puntare a un approccio integralista che vede la rinuncia a trattamenti di natura chimica in campo, mentre in cantina si lavora solo con fermentazioni spontanee.
Come afferma il nome stesso del prodotto Anfora la fermentazione alcolica avviene proprio in questi recipienti con un pied de cuvée avviato con lieviti indigeni. Si procede poi, dopo la macerazione sulle bucce di poche ore, a un affinamento di 12 mesi in anfora. Il risultato è un colore definibile proprio del cerasuolo e conserva i sentori che variano dalla dolce ciliegia, virando sull’agrumato delicato.
Si presta a pietanze tipicamente abruzzesi, non risultando mai fuori luogo.
Cerasuolo d’Abruzzo Doc – Valentini
Pur producendo uno tra i rosati più longevi al mondo, l’iconico Cerasuolo d’Abruzzo Doc, Francesco Paolo Valentini, della ben nota cantina di Loreto Aprutino (Pe), si dice – paradossalmente – convinto che i vini rosa vadano bevuti giovani, “questo non perché non reggano al tempo (pochi invero), ma perché nel tempo perdono le loro peculiarità, le loro note fruttato-floreali, che si trasformano in altro”.
Precisa Valentini: “Produco un ‘rosato di spessore, longevo e complesso’, perché la nostra filosofia complessiva è volta all’ottenimento di nettari capaci di evolvere. Ma d’altra parte se in un rosato si ricercano freschezza e immediatezza, non si può pretendere di avere anche una struttura da vino di lunghissimo corso”.
Le pratiche vitienologiche per ottenere un Cerasuolo di questo calibro sono consuete per quanto attiene alla vigna: terroir vocato, cultivar autoctone (Montepulciano), sanità delle uve, impiego della tradizionale pergola abruzzese; più irrituali, secondo l’enologia moderna, quelle di cantina: niente filtrazioni, controlli delle temperature, lieviti selezionati, batteri lattici e aggiunte di qualsiasi correttore.
Solo un po’ di solforosa, che Valentini non demonizza. “Il mio Cerasuolo è ottenuto dalla sola spremitura di mosto fiore, senza permanenza sulle vinacce. I clienti che ricercano l’immediatezza lo assaporano giovane, chi esige profumi terziari lo stappano più maturo, avendo gli attributi per evolvere anni”.
Valentini, curiosamente, sembra quasi dispiaciuto che il suo Cerasuolo sia anche longevo!
Cerasuolo d’Abruzzo Doc Piè delle Vigne – Cataldi Madonna
Grande terra di rosati, l’Abruzzo vede tanti produttori attivi sul versante della produzione di “cerasuoli” importanti. Tra questi Luigi Cataldi Madonna, dell’omonima cantina di Ofena (Aq), impegnato nel (ri)lancio della tipologia.
Attento alla semantica, dichiara la sua avversione nei confronti del termine “rosato” o “rosé” che andrebbe sostituito con “rosa”; attento alla tecnica, proclama la sua contrarietà alla pratica del salasso, che di fatto conduce a dei vini rosa sottoprodotto di uve destinate alla produzione di rossi. Il Cerasuolo d’Abruzzo Doc Piè delle Vigne si ottiene con un’antica pratica aprutina.
Da vigne a spalliera poste nel “Forno d’Abruzzo”, il Montepulciano che ne deriva viene sottoposto alla svacata, che consiste nel macerare per 4-5 giorni una parte dell’uva e aggiungere il mosto così prodotto al vino in fermentazione: così si accresce la longevità del vino, che per alcuni mesi resta a contatto con le fecce fini, con periodici bâtonnage.
Alla fine si ha un Cerasuolo vinificato in bianco per l’85% e in rosso per il 15%, corposo ed elegante.
L’anno di elevazione in bottiglia ne incrementa poi la complessità, con un’esplosione di eleganti profumi fruttati e mandorlati. Risulta polposo e nervoso al tempo stesso, croccante, fresco e sapido.
Castel del Monte Bombino Nero Docg Fior di Ribes – Azienda Agricola Santa Lucia
Partendo della Docg più interessante della Puglia centrale, il Fior di Ribes di Santa Lucia riprende i vitigni tradizionalmente vocati per il rosé, ossia Bombino Nero (90%) e Nero di Troia (10% al massimo).
I vigneti sono ubicati a Corato, fra le Murge nord baresi, a 250 metri sopra il livello del mare. Un prodotto di nicchia che ogni anno esce solo con 7.000 bottiglie. Il nome denota già una delle caratteristiche gustative di spicco, cioè la frutta di bosco.
Al palato si dimostra elegante, sapido e invitante a un altro sorso. È un rosato che sviluppa 13% in alcol, ma non lo si percepisce. Si presta tanto per piatti di pesce quanto di carne. È il perfetto esempio di un vino contemporaneo, adatto anche a un contenuto invecchiamento, tant’è che berlo dopo due anni dalla vendemmia porta a scoprire sorprese positive.
Salento Igt Rosato Calafuria – Tormaresca
Tra i casi più eclatanti in materia di rosato c’è il Calafuria, il rosato da Negroamaro firmato Tormaresca.
È a tutti gli effetti un caso di successo poiché, forte dell’apporto degli Antonori, ha saputo oltrepassare le barriere resistenti al rosato, arrivando sui tavoli più cool italiani e stranieri.
Oggi è sold out ancor prima di uscire sul mercato.
I vigneti si sviluppano a Masseria Maìme, non lontano dalla cittadina di San Pietro Vernotico, Brindisi. Il rosato che deriva esclusivamente dall’autoctono maggiormente vocato per il rosato salentino sviluppa sentori delicati tanto nel corredo fruttato che floreale.
Risulta sapido al palato e coerente, in grado di replicare le sensazioni che un viaggio in queste terre può dare.
Salento Igt Rosato Negroamaro Diciotto Fanali – Apollonio
In Salento, altra culla “rosatista”, spicca Apollonio di Monteroni di Lecce (Le), enologicamente condotta dal co-patron Massimiliano Apollonio: “Perché produciamo rosati di spessore? Per demolire miti e stereotipi, sfruttando le sfumature della tipologia e la nostra tradizione, dove i migliori alberelli sono sempre stati usati per questo genere di vini, mentre i rossi erano considerati più da ‘esportazione’”.
La forma di allevamento qui è cruciale: gli alberelli ultrasessantenni, producono poche gemme, per una ridotta quantità d’uva, ma di qualità, con una maturazione più lenta e una raccolta ritardata per favorire la concentrazione di zuccheri ed estratti; anche i suoli sono importanti: sabbioso-calcarei promuovono profumi, sapidità e acidità. Ciò conduce a uve che generano vini alcolici e strutturati.
“Per ottenere il nostro Salento Igt Negroamaro Diciotto Fanali lasciamo le bacche a contatto con le bucce per una notte, senza pressatura né pigiatura: il vino si colora da sé; si tratta della tecnica della ‘lacrima’, tradizionale anche in Salento. Fermentazione e affinamento di almeno 12 mesi avvengono in barrique di acacia, poi 6 mesi di maturazione in bottiglia, senza filtrazioni né chiarifiche. Il tutto per un rosato ‘alternativo’, diverso da quelli giocati sulla mera immediatezza”.
Cirò Doc Rosato San Francesco – Fattoria San Francesco
Il Cirotano è una zona d’elezione dei vini rosa. Questo nettare proviene dai seguenti luoghi di produzione: Calabria centro orientale nella provincia di Crotone, Cirò, Cirò Marina, Crucoli, Melissa.
A base di uve Gaglioppo, San Francesco è un vino di particolare fascino. All’esame olfattivo mostra note di frutta matura, di ciliegia sotto spirito, con un sensibile apporto speziato. Di buona persistenza, sul finale si può apprezzare un sottile ricordo agrumato.
Al gusto è sapido, speziato e intenso, mostrando una tannicità ben avvertibile, mitigata dal fruttato e da una discreta nota alcolica. Il suo punto forte è l’equilibrio, percepito da tutti i sensi coinvolti.
[Questo articolo è tratto dal numero di settembre-ottobre 2025 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]











