C’è una forma di maleducazione contemporanea che fa più danni di quanto non sembri e che non consiste tanto nell’essere sgarbati col cameriere, o nel mandare indietro un piatto spesso in modo ingiustificato o, ancora, nell’ammorbare gli altri clienti con le urla dei propri pargoletti, non tenuti al guinzaglio della normale educazione.
No, il danno perpetrato ormai in ogni tipo di ristorante è il non presentarsi al tavolo prenotato senza nemmeno la cortesia di una telefonata: se rintracciati, gli infingardi si nascondono dietro ridicole giustificazioni, come malattie improvvise, morte di propri congiunti, traffico bloccato, anche contro ogni più logica evidenza della propria palese falsità.
Il “no show” – così si chiama, con un eufemismo anglosassone che ammorbidisce la sua reale gravità – è diventato una piaga quotidiana per la ristorazione.
In un settore dove ogni coperto ha un peso specifico su costi, personale, scorte e pianificazione, l’assenza ingiustificata del cliente non è solo un dispiacere, bensì una perdita economica significativa, un’offesa al lavoro e al tempo di chi produce ospitalità.
Il fenomeno si è acuito con la digitalizzazione delle prenotazioni.
L’immediatezza delle app e la leggerezza con cui oggi si prenota un tavolo (spesso più d’uno “per sicurezza”) hanno contribuito a un abbassamento del senso di responsabilità.
Dietro quella scelta pusillanime e cafona del cliente c’è un ristoratore che ha acquistato materie prime, organizzato la sala, rifiutato altre richieste per rispetto della prenotazione.
Eppure, troppo spesso, il tavolo resta vuoto.
Alcuni locali hanno reagito introducendo cauzioni o carte di credito a garanzia.
Misure che dividono: da un lato tutelano il lavoro, dall’altro rischiano di incrinare il rapporto di fiducia con il cliente.
Tuttavia, in un mercato sempre più fragile e competitivo, proteggersi è diventata una necessità contro la mancanza di cultura del rispetto, non certo una scelta ideologica o una sorta di vendetta da parte del ristoratore vilipeso.
L’ospitalità non può essere unilaterale, ma richiede reciprocità.
A fronte di un ristoratore che accoglie, ci deve essere un cliente rispettoso del patto di fiducia, sottile ma essenziale, che tiene in piedi l’intera impalcatura della convivialità.
E allora, se il “no show” è figlio di un tempo intriso di un’endemica e perniciosa maleducazione, la risposta non può essere lasciata ai singoli.
Servono regole condivise, una presa di posizione netta, una voce unitaria che oggi ancora manca. So di ristoratori che si aiutano tra loro passandosi i nominativi dei “cattivi clienti” abituati a questi comportamenti, ma tali estemporanee misure non bastano certo ad arginare il malcostume.
Credo che le associazioni di categoria dovrebbero farsi promotrici di un codice etico e di strumenti normativi di protezione, perché non si può chiedere ai ristoratori di difendersi da soli con azioni di autotutela, consigliandoli, sostanzialmente, di arrangiarsi.
Di fatto, una certa opaca passività o latitanza da parte di chi rappresenta sindacalmente il settore è, a suo modo, un altro palese e irricevibile “no show”.
[Editoriale del numero di gennaio-febbraio 2026 de La Madia Travelfood. Leggilo online oppure abbonati alla rivista cartacea!]


