Articolo estivo, ma non per questo rinfrescante.
C’è una deriva lessicale che ormai non sopporto più, anche perché la vedo praticata dai miei stessi collaboratori.
E se vogliamo individuare un momento preciso in cui una stortura linguistica ha smesso di essere un vezzo per diventare contagio, nel giornalismo gastronomico quel momento è arrivato da tempo. Lo si rileva ovunque: nei comunicati stampa che pervengono in redazione, nei post social, negli articoli online, persino nei menu degustazione. “Chef Cracco inaugura”, “chef Bottura racconta”, “chef Cannavacciuolo firma”.
Non lo chef. Solo “chef”, nudo, appoggiato al cognome come una spilletta di rappresentanza.
Il mio non è inutile purismo, non è la nostalgia della grammatica sottolineata con la penna rossa.
È che l’italiano sta perdendo struttura per inseguire una finta modernità fatta di abbreviazioni automatiche, tic linguistici e formule copiate male dall’inglese.
Dire “lo chef Cracco” non è una formula stilistica antiquata, ma italiano corretto. L’.eliminazione dell’articolo nasce da una specie di mimetismo mediatico: il titolo professionale viene trattato come un prefisso di lusso, una targhetta da branding, o come un titolo onorifico alla stregua di Don, Monsignor, Cavalier …
E così lo chef diventa “chef”, senza articolo, senza sintassi, senza alcun rispetto per la nostra bella lingua.
È la stessa deriva che ha trasformato “piuttosto che” in una congiunzione da supermercato linguistico: “Possiamo pranzare insieme sabato, piuttosto che domenica”, con una costruzione nata per esprimere preferenza (invece che) e finita a significare “oppure”, “ma anche”. All’inizio questa forma di ignoranza snob sembrava una moda passeggera da sciura milanese o da riunione aziendale degli yuppies anni 90.
Poi è diventata linguaggio standard, slang ripetuto così tanto da sembrare normale. Per non parlare del “da quando sono piccolo” o ” da quando ho 20 anni”, sbolognato al posto di “ero piccolo” o “avevo 20 anni” (che ora non ho più … ). Succede sempre così: gli errori vincono perché vengono imitati troppo a lungo.
Nel caso di “chef Cracco”, il danno è persino più interessante perché racconta il rapporto patologico che oggi abbiamo con il prestigio. L’.articolo viene eliminato perché appare superfluo, perché sembra meno internazionale: “chef Cracco” suona più da titolo nobiliare, più da headline lecchina, più da marchio di moda. È l’italiano piegato alle logiche del naming pubblicitario.
Ma vorrei far notare che, utilizzata in questo modo, la lingua non migliora diventando più snella: diventa solo più povera. E il paradosso è che chi lavora nel racconto del cibo dovrebbe sapere meglio di chiunque altro quanto il linguaggio conti. La gastronomia vive di sfumature, memoria, lessico, territorio. Eppure proprio lì si assiste alla desertificazione della sintassi. Frasi telegrafiche, aggettivi intercambiabili generati ormai solo da ChatGPT, titoli professionali usati come etichette glamour. Un italiano da caption permanente. Non ne faccio una questione di conservatorismo.
Le lingue cambiano, ed è giusto che cambino. Ma un conto è l’evoluzione spontanea, un altro è la sciatteria elevata a stile. Perché dietro “chef Cracco” non c’è innovazione linguistica, bensì solo imitazione per sottrazione. E spesso anche poca consapevolezza di ciò che si sta scrivendo.
La modernità non consiste nel togliere articoli a caso. Consiste nel sapere quando una regola può essere infranta e quando invece andrebbe semplicemente conosciuta. Sarebbe come sostituire “partigiano” con “essere umano”. Se non hai cultura, evita…
[Questo editoriale è tratto dal numero di luglio-agosto 2026 de La Madia Travelfood. Puoi acquistare una copia digitale nello sfoglia online oppure sottoscrivere un abbonamento per ricevere ogni due mesi la rivista cartacea]


