Nel mondo animale l’imprinting rappresenta quel processo attraverso il quale un individuo, nelle prime fasi della vita, sviluppa un legame con la prima figura di riferimento che incontra. È un meccanismo che influenza comportamenti, scelte e relazioni future e che, pur appartenendo a un contesto completamente diverso, può offrire una chiave di lettura estremamente interessante per comprendere una delle grandi sfide che il mondo del vino sta affrontando: il rapporto con le nuove generazioni.
Da anni il settore si interroga su come avvicinare nuovi consumatori al vino. Si parla di comunicazione, linguaggi, social media, packaging, eventi, consumo responsabile e nuove modalità di racconto.
Temi importanti e certamente necessari, ma che spesso rischiano di allontanarci dalla domanda più semplice e, probabilmente, più importante: quale vino stiamo facendo incontrare per la prima volta ai consumatori di domani?
La domanda è tutt’altro che banale perché il primo incontro con il vino ha un valore enorme.
Ognuno di noi, se ripensa al proprio percorso, riesce quasi sempre a identificare una bottiglia, un vitigno, una denominazione o un territorio che ha rappresentato il primo vero momento di innamoramento.
Non necessariamente il vino migliore degustato nella propria vita, né il più prestigioso o il più costoso, ma quello che ha acceso una curiosità. Quello che ha fatto nascere la voglia di approfondire, comprendere e scoprire, in altre parole, quello che ha generato il nostro imprinting enologico.
Proprio per questo motivo credo che il futuro del vino passi anche dalla capacità di costruire un imprinting positivo nelle nuove generazioni, un imprinting che non deve essere confuso con una semplificazione del vino, ma che deve invece favorire la comprensione del vino. Sono due concetti molto diversi. Per anni il settore ha spesso inseguito la complessità come valore assoluto, arrivando talvolta a dimenticare che prima di comprendere la complessità bisogna costruire familiarità.
Chi si avvicina per la prima volta al vino non ha bisogno di essere messo davanti al punto di arrivo di un percorso, ha bisogno di trovare una porta d’ingresso. E questa porta d’ingresso, a mio avviso, dovrebbe essere rappresentata da vini capaci di raccontarsi con immediatezza, autenticità e chiarezza.
È per questa ragione che continuo a considerare i vitigni storici italiani uno degli strumenti più efficaci per costruire il rapporto tra il vino e le nuove generazioni.
Verdicchio, Vermentino, Garganega, Fiano, Pecorino, Sangiovese, Barbera, Dolcetto, Freisa, Nebbiolo e decine di altri vitigni autoctoni rappresentano molto più di semplici varietà produttive. Sono identità culturali, storie territoriali, tradizioni agricole e patrimoni collettivi che riescono a esprimersi attraverso un linguaggio diretto e comprensibile.
In questa fase ritengo che il vitigno debba tornare al centro del racconto. Non perché il legno, la tecnica o la ricerca enologica non abbiano valore, ma perché rischiano di diventare protagonisti troppo presto.
Un utilizzo marcato della barrique, interpretazioni particolarmente costruite o una ricerca esasperata della concentrazione possono rappresentare strumenti straordinari nelle mani di produttori esperti, ma difficilmente costituiscono il miglior punto di partenza per chi si avvicina al vino. L’imprinting richiede riconoscibilità. Ha bisogno che il consumatore possa associare un profumo, un gusto e una sensazione a un’identità precisa. Ha bisogno di vini che si facciano comprendere prima ancora di essere analizzati.
Per molto tempo il mondo del vino ha cercato di trasmettere conoscenza partendo dalla tecnica. Abbiamo spiegato disciplinari, metodi produttivi, affinamenti, contenitori, fermentazioni e processi enologici. Era un approccio corretto per il consumatore già coinvolto, ma probabilmente meno efficace per chi si avvicinava per la prima volta a questo mondo. Le nuove generazioni sembrano seguire un percorso differente. Prima vogliono capire se qualcosa le emoziona, poi desiderano approfondirla. Prima cercano un’esperienza, poi una spiegazione, prima nasce l’interesse e successivamente arriva la conoscenza.
Questo cambiamento culturale rappresenta una straordinaria opportunità per il vino italiano. Nessun altro Paese può contare sulla nostra biodiversità viticola, sulla nostra varietà territoriale e sulla capacità di offrire esperienze profondamente diverse tra loro. Ma proprio perché il consumatore è cambiato, oggi anche il concetto stesso di imprinting deve evolversi.
Se fino a qualche anno fa il primo contatto con il vino si esauriva prevalentemente nel prodotto, oggi si sviluppa un secondo livello che potremmo definire imprinting 2.0. Le nuove generazioni non cercano semplicemente una bottiglia da degustare. Cercano un’esperienza da vivere, vogliono conoscere il luogo in cui il vino nasce, incontrare le persone che lo producono, comprendere il paesaggio che lo genera e vivere un contesto capace di dare significato a ciò che trovano nel bicchiere.
In questo scenario l’enoturismo assume un ruolo centrale.
Non rappresenta più un’attività accessoria o complementare, ma una naturale evoluzione del rapporto tra consumatore e vino.
Un giovane che si appassiona a un Verdicchio, a un Sangiovese o a un Fiano desidera sempre più spesso visitare il territorio che li ha generati, percorrerne le strade, osservare i vigneti e comprendere le differenze che rendono unico quel luogo.
Il vino diventa così un punto di accesso verso un’esperienza più ampia che coinvolge cultura, paesaggio, ospitalità e gastronomia. Questo processo genera valore per l’intera filiera.
Un consumatore che visita una cantina non acquista semplicemente una bottiglia, costruisce una relazione, diventa ambasciatore di un territorio, racconta l’esperienza vissuta, la condivide e contribuisce a diffondere la notorietà di un’azienda e di una denominazione.
Ma oggi esiste un ulteriore livello di imprinting che sta assumendo un’importanza crescente.
Se in passato il legame era quasi esclusivamente costruito attorno al vino, oggi sempre più spesso nasce attorno alle persone.
Per molti anni il rapporto con il produttore era mediato principalmente dal prodotto. Si sceglieva una cantina perché piaceva il vino e solo successivamente si approfondiva la conoscenza dell’azienda.
Oggi il percorso è spesso inverso. Attraverso l’enoturismo, la comunicazione digitale e le attività di accoglienza, il consumatore entra in contatto con il produttore molto prima di conoscere in profondità i suoi vini.
Le nuove generazioni non scelgono soltanto una bottiglia. Scelgono una visione.
Valutano la sostenibilità, la coerenza, il rispetto dell’ambiente, il modo di comunicare, la capacità di accogliere e di raccontare il proprio lavoro. Si avvicinano a un produttore per i suoi valori oltre che per i suoi vini. Apprezzano l’autenticità, la trasparenza e la capacità di creare relazioni sincere.
In questo senso possiamo parlare di un vero e proprio imprinting umano.
La personalità del produttore, la sua credibilità, il suo modo di interpretare il territorio e la sua capacità di condividere una passione diventano parte integrante dell’esperienza. Talvolta il ricordo di una visita in cantina, di una conversazione tra i filari o di una degustazione guidata rimane impresso nella memoria tanto quanto il vino stesso.
Anche la struttura della cantina assume un ruolo nuovo. Non soltanto come luogo di produzione, ma come spazio esperienziale. Gli ambienti dedicati all’accoglienza, il rapporto con il paesaggio, i percorsi di visita, l’attenzione ai dettagli e la qualità dell’ospitalità contribuiscono a costruire un ricordo duraturo e a rafforzare il legame tra consumatore e azienda.
Esiste infine un’ultima riflessione che riguarda il modo in cui l’imprinting si trasmette tra generazioni.
Per molti anni il nostro imprinting è stato caratterizzato da una forte stabilità. Il vino che ci conquistava diventava spesso un riferimento permanente. Si costruivano preferenze solide, talvolta quasi immutabili, e ciò che ritenevamo grande tendeva a diventare anche il modello che suggerivamo agli altri.
Le nuove generazioni sembrano possedere una qualità differente. Sono più aperte al cambiamento, più disponibili alla sperimentazione e meno legate all’idea che esista una sola verità possibile.
Lo vediamo chiaramente nella gastronomia, dove convivono tradizione e innovazione, cucina locale e influenze internazionali.
Lo stesso accade nel vino. Un giovane può innamorarsi oggi di un Verdicchio, domani di un Etna Bianco e tra qualche anno di un Nebbiolo, senza percepire alcuna contraddizione.
L’imprinting continua a essere fondamentale, ma non diventa più un vincolo, diventa una base da cui partire per costruire un percorso personale. E forse è proprio questa la differenza più interessante. Mentre il nostro imprinting tendeva spesso a trasformarsi in una convinzione da trasmettere, quello delle nuove generazioni assomiglia sempre più a un consiglio da condividere. Non costruisce dogmi, costruisce conversazioni, non impone modelli, suggerisce esperienze. Non stabilisce quale sia il vino giusto da bere, ma racconta ciò che ha emozionato chi lo ha scoperto.
In un momento storico in cui il vino è chiamato a ripensare il proprio rapporto con il consumatore, questa potrebbe essere una delle lezioni più importanti da cogliere. Perché il primo vino che si incontra raramente è il migliore che si berrà nella propria vita, ma molto spesso è quello che determina la voglia di continuare a scoprire tutti gli altri.
E se quell’incontro sarà capace di generare curiosità, esperienza, relazione e conoscenza, allora avremo costruito qualcosa di molto più importante di una vendita: avremo contribuito a formare un nuovo appassionato di vino.


